
Il reportage scritto in prima persona da Edgar Snow, uno dei pochissimi occidentali ad aver partecipato alla Lunga Marcia
Grandioso reportage datato 1938 di una delle più grandi imprese militari dell’uomo (la Lunga marcia) scritto dall’interno da un “diavolo straniero” (così chiamavano gli stranieri – soprattutto gli invasori occidentali – i cinesi dall’800 in poi fino a qualche anno fa), da un giornalista americano.
Edgar Snow ha rischiato la pelle per riuscire a raggiungere il fronte dell’Armata Rossa e raggiungere ed intervistare personaggi del calibro Mao Ze Dong e Zhou En Lai e raccontare le loro gesta.
Idealmente questo libro si affianca all’altro grande reportage giornalistico sui grandi avvenimenti della storia delle rivoluzioni comuniste, vale a dire “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” di John Reed sulla Rivoluzione d’Ottobre in Russia.
In maniera magistrale Snow da voce a chi in quel momento era totalmente isolato dal monto, dipinto come brigante, rivoltoso, terrorista da tutta la stampa mondiale, cinese compresa (la stampa ovviamente era in mano agli acerrimi nemici del Zhōngguó Guómíndǎng 中国国民党 di Jiǎng Jièshí 蔣介石) contestualizzando gli eventi nel loro quadro culturale e storico di riferimento. Senza esprimere giudizi di sorta Snow spiega la Cina, i Cinesi, la Lunga Marcia ed i suoi protagonisti principali. Le scene memorabili, quelle più divertenti come quando Mao che si siede in mezzo al pubblico durante gli spettacoli del teatro rosso, le teorie sballate di Mao sulla propensione dei popoli che amano il piccante alla Rivoluzione; quelle drammatiche come quando in cammino nel “mare d’erba” i compagni scomparivano nelle invisibili sabbie mobili senza riemergere più; le scene più toccanti come quando l’armata rossa passando liberava i villagi e scioglieva le mani bendate delle bambine, confiscava i latifondi dei grandi proprietari terrieri e le assegnava a chi le lavorava.
Il fatto che tutto questo sia stato raccontato dall’interno della Lunga Marcia, da un’osservatore partecipante ma esterno all’Armata Rossa, fa di questo reportage qualcosa di irripetibile e prezioso. Forse, addirittura, con una “marcia” in più anche rispetto al già impareggiabile lavoro di John Reed.